CONDOTTA ANTISINDACALE. CONFIGURABILITA`. CASS., SEZ. LAV., 14 FEBBRAIO 2004, N. 2857

Secondo quanto precisato dalla Corte di Cassazione in un recente pronunciamento, non costituisce condotta antisindacale, sanzionabile con il procedimento di cui all'art. 28 dello Statuto dei lavoratori, la condotta dell'imprenditore che, in adesione a quanto previsto dalle maggiori organizzazioni sindacali di settore (comprese quelle di appartenenza delle Rsa), intenda condurre le trattative su questioni attinenti alla contrattazione collettiva con i sindacati in forma congiunta, rifiutando la richiesta di alcune Rsa operanti in azienda di essere sentite a tavoli separati.

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Con sentenza 14 febbraio 2004, n. 2857, la Corte di Cassazione si nuovamente pronunciata in merito agli elementi qualificanti l'antisindacalit della condotta del datore di lavoro, focalizzando l'attenzione sull'ipotesi in cui, con riferimento a materie estranee a quelle nelle quali si configura un diritto soggettivo esclusivo delle Rsa, lo stesso si attenga alle disposizioni adottate dal sindacato nazionale, cos rifiutando le pretese delle prime. 

Nella specie, in particolare, un datore di lavoro aveva aderito all'invito delle maggiori organizzazioni sindacali di settore di condurre in forma congiunta la trattativa su questioni attinenti alla contrattazione collettiva e, correlativamente, si era rifiutato di intraprendere tavoli separati con alcune Rsa.

Queste ultime avevano proposto azione giudiziaria ex art. 28 dello Statuto dei lavoratori, ritenendo che detto comportamento fosse idoneo a limitare l'esercizio dell'attivit sindacale (in quanto la pretesa del datore di trattare con le Rsa solo ove queste avessero accettato la presenza di un distinto soggetto contrattuale concretizzava un disconoscimento della loro autonomia), e che nessun vincolo potesse derivare loro dalla richiesta avanzata dalle segreterie nazionali di una contrattazione congiunta, stante la distinta soggettivit giuridica e le diverse prerogative di competenza.

La Corte di Cassazione, investita dalle Rsa a seguito della soccombenza nei giudizi di primo e di secondo grado, ha ritenuto il ricorso infondato, sostenendo la piena legittimit del comportamento datoriale.

La libert sindacale, come noto, tutelata, tra l'altro, dall'art. 39 della Costituzione e dall'art. 28 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Statuto dei lavoratori).

Ai sensi della norma statutaria da ultimo citata, in particolare, la condotta antisindacale   integrata da comportamenti datoriali "diretti ad impedire o limitare l'esercizio della libert e dell'attivit sindacale nonch del diritto di sciopero".

La ratio della norma risiede, ovviamente, nell'esigenza di porre sullo stesso piano datore e prestatore di lavoro (che il legislatore presume essere in posizione di debolezza rispetto alla controparte) e, quindi, di attutire la conflittualit esistente o potenziale tra azienda ed organizzazioni sindacali.

In tale ottica, pertanto, a detta della Corte non possibile far ricorso alla tutela apprestata dall'art. 28 della legge n. 300/1970 nell'ipotesi in cui la conflittualit non sia originata e voluta dal datore di lavoro, ma derivi da incomprensioni tra le organizzazioni sindacali, in ragione delle quali sia rivendicato, nei riguardi dell'imprenditore, l'adempimento di comportamenti non imposti od autorizzati da alcuna norma o principio giuridico.

A questo riguardo, la Corte ha svolto talune considerazioni in merito ai "rapporti di forza" esistenti tra organizzazioni sindacali nazionali e Rsa, stabilendo che queste ultime non sono abilitate a smentire quanto deliberato in sede centrale e, poi, denunciare il datore di lavoro ex art. 28 Statuto dei lavoratori, in quanto attenutosi a quanto deliberato dalle prime. 

Secondo quanto precisato dal Collegio, infatti, le Rsa sono politicamente responsabili per i programmi e gli obiettivi del sindacato cui esse aderiscono e, pertanto, sono tenute ad osservare le direttive generali di quest'ultimo, evitando in tal modo di mettere in atto "scelte operative suscettibili di disarticolare le generali linee di politica sindacale con ricadute pregiudizievoli per la stessa collettivit dei lavoratori".

Parimenti, la Cassazione ha ritenuto che il comportamento denunciato non fosse censurabile nemmeno in relazione al disposto di cui all'art. 39, comma 1, della Costituzione, secondo cui "l'organizzazione sindacale libera".

La scelta dell'imprenditore di condurre una trattativa sindacale unitaria, infatti, da un lato, non pu in alcun caso ritenersi lesiva della libert organizzativa del sindacato nei termini indicati dalla norma costituzionale citata e, dall'altro, costituisce essa stessa espressione della libert imprenditoriale, sicch non pu essere imposta dal Giudice, ma deve essere frutto del libero confronto sindacale (tale dettame risulta conforme alla precedente giurisprudenza, secondo cui l'imprenditore, nello stipulare un contratto od un accordo di portata collettiva, pu, nell'esercizio della sua libert, rifiutare ogni trattativa, o scegliere con quali delle organizzazioni sindacali presenti in azienda contrattare. In tal senso, v., ad es., Cass., 3 marzo 1990, n. 1677; Cass., Sez. Un., 26 luglio 1984, n. 4390).

Secondo quanto affermato nella sentenza in esame, l'esclusione, ad opera del datore di lavoro, di talune organizzazioni sindacali dalle trattative configura un comportamento antisindacale solo qualora sia frutto di una volont discriminatoria (ad es., dell'intento di favorire una di esse a scapito delle altre); diversamente, detto comportamento deve ritenersi (non antisindacale, ma) semplicemente antagonistico. 

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Per completezza di informazione, si rammenta che, in forza dell'art. 28 dello Statuto dei lavoratori, qualora il datore di lavoro ponga in essere comportamenti antisindacali, su ricorso degli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse, il Giudice del luogo ove posto in essere il comportamento denunciato, nei due giorni successivi, convocate le parti ed assunte sommarie informazioni, qualora ritenga sussistente la violazione, ordina al datore di lavoro, con decreto motivato ed immediatamente esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione degli effetti.

Contro detto decreto ammessa, entro 15 giorni dalla comunicazione del decreto alle parti, opposizione di fronte al Giudice del lavoro, che decide con sentenza immediatamente esecutiva.

Il datore di lavoro che non ottempera al decreto od alla sentenza pronunciata nel giudizio di opposizione punito, se il fatto non costituisce un pi grave reato, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino ad euro 206.