DIRITTO DI ASSEMBLEA. IL PUNTO DELLA GIURISPRUDENZA SUL DIRITTO, RICONOSCIUTO DALL`ACCORDO INTERCONFEDERALE 20 DICEMBRE 1993 ALLE ORGANIZZAZIONI ADERENTI ALLE ASSOCIAZIONI SINDACALI STIPULANTI IL CCNL APPLICATO IN AZIENDA, DI CONVOCARE ASSEMBLEE RETRIBUITE PER TRE ORE ANNUE.

Alcune recenti sentenze di merito hanno precisato che il limite di tre ore annue retribuite previsto per il diritto di convocazione di assemblee, riconosciuto nell'Accordo Interconfederale 20 dicembre 1993, da parte delle organizzazioni aderenti alle associazioni sindacali stipulanti in CCNL applicato nell'unit produttiva, rappresenta la durata complessiva delle riunioni a convocazione delle citate organizzazioni, a prescindere dalla circostanza che siano indette congiuntamente o disgiuntamente da parte dei soggetti legittimati.

***

Premessa

Alcune recentissime sentenze del Tribunale di Torino (27 gennaio 2004, 31 dicembre 2003 e 16 dicembre 2003), pronunciandosi in sede di opposizione a decreto emesso ai sensi dell'art. 28 della legge n. 300/1970, hanno interpretato ed applicato la previsione dell'Accordo interconfederale 20 dicembre 1993, che attribuisce alle organizzazioni aderenti alle associazioni sindacali stipulanti il c.c.n.l. applicato nell'unit produttiva il diritto di convocare, singolarmente o congiuntamente, assemblee di lavoratori durante l'orario di lavoro, per tre delle dieci ore annue retribuite spettanti ai lavoratori, ai sensi dell'art. 20 legge n. 300/1970.

La disciplina del diritto di assemblea, posta dall' art. 20 legge n. 300/1970, configura le dieci ore annue come una dotazione a favore dei lavoratori addetti all'unit produttiva, ma subordina lo svolgimento della riunione ad un preventivo atto di convocazione da parte di soggetti legittimati (r.s.a.).

L'Accordo interconfederale, nel prevedere la costituzione di una rappresentanza sindacale unitaria eletta a suffragio universale, riserva alla competenza di quest'ultima la facolt di convocare assemblee per sette delle dieci ore previste dall'art. 20 legge n. 300/1970, mentre le tre ore rimanenti, come gi ricordato, sono affidate alla gestione, congiunta o disgiunta, delle organizzazioni aderenti alle associazioni sindacali stipulanti il c.c.n.l. applicato nell'unit produttiva (punto 4, quinto comma, lettera a), della parte prima dell'Accordo).

A quest'ultimo riguardo - va incidentalmente ricordato - la Cassazione, con sentenza 26 febbraio 2002, n. 2855, ha affermato che un sindacato, presente con propri esponenti nella r.s.u., ma non firmatario dell'Accordo interconfederale e privo del requisito previsto dall'art. 19 legge n. 300/1970 per la costituzione di r.s.a. (sottoscrizione di contratti collettivi di lavoro applicati nell'unit produttiva), non legittimato a indire assemblee attraverso i propri eletti. Ci in quanto, nel sistema delineato dalla legge n. 300/1970, le assemblee sono convocate, congiuntamente o disgiuntamente, dalle r.s.a., e le r.s.a. possono essere costituite solo dai sindacati legittimati ai sensi dell'art. 19. Ne consegue che, nel passaggio al sistema della r.s.u., la facolt di convocazione, da cui la disciplina previgente escludeva il sindacato in questione, non pu transitare, a titolo "successorio" (punto 5 della parte prima dell'Accordo), fra le prerogative degli iscritti a quel medesimo sindacato, entrati a far parte della r.s.u.

La questione affrontata dai giudici torinesi riguardava l'individuazione della quantit di tempo disponibile per le assemblee da parte delle associazioni sindacali "titolate" - in qualit di parti stipulanti il contratto collettivo - che, come consentito dall'Accordo, procedano a convocazioni assembleari disgiuntamente dalle altre associazioni sindacali.

Ovviamente, il rilievo della questione tanto maggiore quanto pi accentuata la frammentazione nell'ambito degli aventi titolo, e quanto pi frequenti sono le convocazioni disgiunte effettuate dagli stessi.

Viene infatti sottolineato nelle dette sentenze che una questione del genere non si era mai posta, dato che, finora, i sindacati interessati non si avvalevano della facolt di convocazione separata, ma procedevano costantemente a convocazioni in forma congiunta.

L'associazione sindacale ricorrente sosteneva che il limite quantitativo ricavabile dalla previsione dell'art. 20 legge n. 300/1970 e dell'Accordo interconfederale costituito dall'esaurimento, in capo a tutti i lavoratori dell'unit produttiva, del bonus di ore che sarebbe spettato ad ognuno.

Ma ove fosse accolto un simile congegno interpretativo - osservano le sentenze - si finirebbe per disgregare l'attivit organizzativa e produttiva aziendale, dato che equivarrebbe ad ammettere una indefinita reiterabilit di assemblee fino a che le ore che sarebbero a disposizione di ogni lavoratore, non fossero state consumate da tutti.

Secondo un'altra interpretazione - che era stata sostenuta, in un primo tempo, dai giudici torinesi in sede di procedimento ex art. 28 legge n. 300/1970 - la facolt di ciascun lavoratore di consumare fino ad esaurimento le tre ore disponibili per le assemblee presuppone che anche ogni sigla sindacale concorrente disponga, al medesimo fine, di una provvista di tre ore.

Di conseguenza, oltre alle sette ore ad iniziativa congiunta della r.s.u., in capo a ciascuna organizzazione sindacale stipulante il c.c.n.l. applicato in azienda, sorgerebbe il diritto a convocare tre ore di assemblea, anche disgiuntamente dalle altre organizzazioni sindacali stipulanti.

Tale interpretazione si regge sulla possibilit, sancita direttamente dall'Accordo, che le convocazioni siano tutte disgiunte: di qui, ogni lavoratore oltre a partecipare alle sette ore di assemblea indette dalla r.s.u., avrebbe diritto di partecipare, per le residue tre ore, all'assemblea convocata dall'una o dall'altra associazione stipulante il contratto, ovvero, sempre a sua discrezione, all'assemblea convocata da ciascuna delle organizzazioni stipulanti, ma sempre nel rispetto del limite massimo delle tre ore residue che a lui spetterebbero.

Questa soluzione, oltre alla sua evidente complessit, finisce per richiedere - come ammettono esplicitamente i giudici - un attento e rigido controllo, da parte del datore di lavoro, sulla partecipazione dei dipendenti alle assemblee, al fine di verificare l'esaurimento o meno del monte ore a disposizione.

Come accennato, i giudici dell'opposizione al decreto ex art. 28, respingendo la ricostruzione effettuata in tale sede, hanno aderito, nelle sentenze citate, ad una terza opzione interpretativa, che condivisibile, sia perch fondata su dati testuali di cui viene data una lettura convincente, sia perch non pone a carico del datore di lavoro quella macchinosa attivit di vigilanza, destinata a tenere costantemente sotto controllo il progressivo esaurirsi del monte ore che spetterebbe a ciascun lavoratore.

I suddetti dati testuali indicano che le assemblee, sia quelle previste dalla legge (art. 20 legge n. 300/1970), sia quelle previste dall'art. 4, quinto comma, lettera a), dell' Accordo interconfederale, possono essere indette tanto singolarmente quanto congiuntamente ("singolarmente o congiuntamente"). L'uso della congiunzione alternativa "o" interpretabile nel senso che le convocazioni assembleari non producono effetti diversi a seconda che siano congiunte o disgiunte, ma hanno la medesima attitudine a "saturare" la prevista quantit annuale di ore di assemblea, e concorrono ad esaurirla, indipendentemente dall'effettiva partecipazione all'assemblea di tutti i lavoratori interessati: infatti, il limite quantitativo incontrato dai soggetti legittimati alla convocazione si identifica con quello inerente alla facolt di partecipazione individuale.

In altri termini, il limite di dieci ore (entro il quale compreso il "pacchetto" di tre ore riservato dall'Accordo alle organizzazioni sindacali stipulanti il c.c.n.l.) costituisce la misura massima annua del diritto dei lavoratori di partecipare ad assemblee retribuite durante l'orario di lavoro, ma segna, nel contempo, la durata complessiva delle assemblee effettuabili durante l'anno, a prescindere dal numero dei partecipanti e dal fatto che si tratti di riunioni indette congiuntamente o disgiuntamente da parte dei soggetti legittimati.

Ci comporta - osservano i giudici torinesi - che il diritto di riunirsi in assemblea non si consuma con l'effettiva partecipazione del singolo lavoratore, ma con l'astratta possibilit di partecipazione: cosicch, qualora le convocazioni abbiano toccato, nel loro insieme, il tetto massimo annuale, ne rimane azzerata anche la posizione di quei lavoratori che, per qualsiasi ragione, non abbiano esaurito il loro monte ore di partecipazione.

In conformit alle conclusioni accolte dalle suddette sentenze del Tribunale di Torino, qui segnalate, si sono gi espresse altre due sentenze: Trib. Lanciano, 4 agosto 2003 e Trib. Pordenone, 20 settembre 2003.

Come detto, la soluzione interpretativa da ultimo esposta risponde, con ogni evidenza, alla ratio ispiratrice dell'art. 20 della legge n. 300/1970, che mirava a garantire ai lavoratori l'esercizio di un diritto di democrazia diretta, quale l'assemblea, senza comportare, nel contempo, ulteriori ed immotivati oneri in capo alle imprese.

Si ritiene pertanto condivisibile tale indirizzo interpretativo, la cui conseguenza sar che il datore di lavoro ben potr disconoscere la legittimit delle convocazioni di assemblee, durante l'orario di lavoro, oltre il limite massimo complessivo delle dieci ore annue.

Peraltro, in relazione al disposto dell'ultimo comma dell'art. 20 della legge n. 300 del 1970, la contrattazione collettiva, anche aziendale, al fine di evitare eventuali problemi nella gestione delle tre ore residue, ben potr stabilire ulteriori modalit per l'esercizio del diritto di assemblea, relativo a tali ore.